Quel dolore che non passa con l'antidolorifico
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Endodonzia
Curare un ascesso significa togliere la causa, non solo far sgonfiare la guancia. Il pus arriva quasi sempre da un nervo morto dentro il dente. In visita cerco da dove parte, do una via d'uscita all'infezione, poi pulisco i canali e ricostruisco. Nella maggior parte dei casi il dente si tiene. La decisione si prende in visita.
Un ascesso è una raccolta di pus. Si forma perché qualcosa, prima, si era già infettato: dentro il dente il nervo è morto e i batteri hanno occupato i canali, oppure il problema sta nel tessuto attorno alla radice. Se si svuota soltanto la raccolta, il gonfiore passa e dopo qualche settimana torna. La cura sta nel punto da cui parte.
Per questo la risposta a «cosa si fa» ha due tempi. Prima si dà sfogo all'infezione e si abbassa la pressione interna, che è la parte che fa male davvero. Poi si disinfetta l'interno della radice e si chiude. Il primo tempo è breve. Il secondo richiede qualche appuntamento, distribuito nelle settimane successive.
Prima di toccare qualcosa cerco il dente responsabile, perché non sempre è quello che la persona indica. Picchietto leggermente sui denti della zona, premo la gengiva per trovare il punto dolente, provo la risposta al freddo. Guardo se c'è un piccolo foro da cui esce liquido, se il dente si muove più dei vicini, se il morso è cambiato.
Poi serve una radiografia. Lì vedo l'area scura attorno all'apice della radice, quanto osso è coinvolto, la forma dei canali e, se il dente era già stato curato, com'era stata fatta quella cura. Un dente già devitalizzato che fa ascesso è una situazione diversa da un dente vivo, e si affronta con un ritrattamento «Il dente è già devitalizzato e fa di nuovo male».
Infine valuto quanto dente sano resta sopra la gengiva. È il dato che pesa più di tutti sul resto del percorso: senza struttura su cui appoggiare una ricostruzione, pulire i canali non basta.
Nella prima seduta lavoro in anestesia locale. Apro il dente e creo una via d'uscita per il pus attraverso il canale: è la manovra che fa calare la pressione, e il sollievo si sente spesso nel giro di poche ore. Poi comincio a pulire l'interno della radice con strumenti sottili e liquidi disinfettanti, lascio un medicamento e chiudo con un'otturazione provvisoria.
Al controllo successivo verifico com'è andata: se il dolore è sparito, se la gengiva è sgonfia, se non esce più liquido. Quando il quadro è tranquillo chiudo i canali in modo definitivo e sigillo. In alcuni casi il medicamento va rinnovato una volta prima di arrivare alla chiusura.
Resta il passaggio che più spesso viene rimandato: ricostruire il dente perché regga il carico. Un molare aperto e svuotato ha pareti indebolite, e lì si sceglie fra una ricostruzione, un intarsio o una corona. Questa parte non è un extra, fa parte della cura.
L'antibiotico serve quando il gonfiore si sta allargando ai tessuti, c'è febbre o malessere generale. Aiuta l'organismo a contenere la diffusione, e in quei casi lo prescrivo. Non arriva però dentro il canale, dove non c'è più circolazione: i batteri che stanno lì si togliono meccanicamente, con la pulizia.
Capita che una persona arrivi dopo il terzo ciclo preso in autonomia, con il dente nelle stesse condizioni di prima e un po' meno osso attorno alla radice. Ogni ciclo compra tempo e spegne il sintomo, ma lascia la causa dov'è. Per questo l'antibiotico ha senso dentro un piano, non da solo.
Il freddo sulla guancia aiuta più del caldo: il calore richiama sangue e tende a far crescere il gonfiore. Non prema la zona per far uscire il pus, non infili niente nel foro, non sciacqui con alcol o prodotti aggressivi. Mangi morbido, dalla parte opposta, e continui a pulire i denti vicini con delicatezza.
Se il gonfiore sale verso l'occhio o scende verso il collo, se fa fatica a deglutire o ad aprire la bocca, se ha febbre alta: quella non è una cosa da rimandare al giorno dopo, va al pronto soccorso.
Ci sono situazioni in cui curare il canale non cambia il destino del dente. Una frattura che corre lungo la radice, per esempio: finché quella via resta aperta i batteri rientrano, e nessuna pulizia tiene. Lo stesso vale quando la carie è scesa molto sotto la gengiva e non resta bordo sano su cui appoggiare nulla.
Poi c'è il tema del sostegno: se l'osso attorno è stato consumato in modo esteso e il dente si muove, l'ascesso è la conseguenza di un problema più ampio. E c'è il dente già ritrattato in modo corretto che continua a dare ascessi. In questi casi glielo dico chiaramente, e ne parliamo «Questo dente si tiene o no».
Quando la strada è un'altra rispetto a quello che faccio io, la indico e la rimando a una valutazione con il collega giusto. Non le propongo una cura che so che non terrà.
Se le sta succedendo questo, una visita dice se il dente si tiene.
Il gonfiore può sgonfiarsi, perché il pus si apre una strada e scarica. Il sollievo è reale ma riguarda solo la pressione. La causa resta dentro la radice e prima o poi si ripresenta. Quel foro che drena non è una guarigione.
Sì, ed è la strada normale. L'apertura del dente serve proprio a dare sfogo all'infezione. In alcune situazioni nella prima seduta mi fermo al drenaggio e alla pulizia iniziale, e completo il lavoro quando i tessuti sono più calmi.
Preferisco sentirla prima, perché dipende da come si presenta il gonfiore. Un antibiotico iniziato da soli abbassa i sintomi e rende la visita meno leggibile, senza togliere la causa. Se serve, lo prescrivo io insieme al resto del percorso.
Di solito due o tre per la parte dentro la radice, distribuiti su qualche settimana. Dipende da quanto l'infezione si spegne fra una seduta e l'altra. Poi resta la ricostruzione del dente, che è un appuntamento a parte.
Sì. Il sintomo si spegne molto prima dell'infezione. Nel silenzio il processo continua a consumare l'osso attorno alla radice, e ogni ripresa parte da una situazione un po' peggiorata. È il momento giusto per lavorare, non per fermarsi.
Funziona e non fa più male, ma è un dente con meno struttura interna. Per questo va protetto in modo adeguato al carico che riceve. Un molare che mastica ha esigenze diverse da un incisivo: ne parliamo guardando il suo caso.
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